Il buonismo ai tempi della crisi: si può non odiare Maurizio Gasparri?


 

In genere, l’opinione pubblica tende a essere buonista.
Ad esempio, quando qualcuno muore, anche se in vita aveva commesso le peggiori nefandezze, viene rivalutato dai media.
Viene commiserato dai “preposti all’intervista sulla persona scomparsa”, fabbricando così l’impressione che la “gente” sia dispiaciuta per colui/lei che è venuto/a a mancare.
Questo atteggiamento mi ha sempre fatto ribollire il sangue e favorito l’emissione di fonemi che insieme completavano una bestemmia.
Io non ho mai interiorizzato il buonismo. Non so perché.
Mi chiedo, al contrario, perché dovremmo dolerci della morte di persone che abbiamo odiato in vita.
E anche l’odio, infatti, è un sentimento che il buonista dice di non conoscere. Cazzate.
Come si fa a non odiare nessuno?
Se uno ha un’opinione diversa dalla mia, io non lo odio per questo.
Ma posso odiarlo per il modo in cui la esprime. O perché lui non ha rispetto per la mia.
O semplicemente perché mi sta sul cazzo per differenti piccole o grandi ragioni che insieme provocano un senso di disprezzo e repulsione.
Alla luce di tali considerazioni, chiedo: si può non odiare Maurizio Gasparri?
Credo proprio di no.
Se, per una magnifica e positiva congiunzione astrale, Melchiorre Gasparri dovesse crepare, sarei felice, oltre che sollevato.
Comprerei una bottiglia di quello buono (non buonista) per celebrare come si deve il raro evento.
Proprio come, in un meraviglioso giorno di agosto di quest’anno,
ho brindato con molti amici alla morte di Franko Kossiga.

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